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Alimentazione: attenzione agli oli tropicali |
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Venerdì 29 Gennaio 2010 00:00 |
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Secondo Giusi D'Urso - biologa nutrizionista ed educatrice alimentare - dobbiamo fare attenzione a non sopravvalutare gli oli tropicali, troppo spesso sotituiti a quelli più comuni, che erroneamente consideriamo troppo nocivi.
Come si legge in una nota diffusa dalla stessa dottoressa: "La demonizzazione relativa ad alimenti con i quali l'uomo si nutre da millenni (burro, formaggio, uova) riduce inoltre il valore delle tradizioni e delle culture territoriali, che andrebbe invece difeso quale pilastro del modello alimentare mediterraneo. Ci sorge spontaneo il dubbio di quali siano allora i grassi buoni e quelli cattivi. Sul banco degli imputati, accanto ai grassi trans, vi è una categoria di grassi spacciata spesso per "sana" ed innocua: gli oli tropicali di cocco, palma e palmisti. Questi oli di origine vegetale rappresentano un vero e proprio scherzo della natura. Infatti, a differenza degli altri oli vegetali (extravergine di oliva e di semi), ricchi di grassi monoinsaturi e polinsaturi, quelli tropicali contengono elevate quantità di grassi saturi (come quelli di origine animale), che hanno effetto negativo sul colesterolo e sulla formazione di placche aterosclerotiche (acidi grassi laurico, miristico e palmitico)".
Di fatto, confrontando la percentuale di grassi saturi presente nei diversi oli tropicali con quella presente nel burro, rivedremmo radicalmente le nostre preferenze, perchè troviamo il 91% di grassi saturi nell'olio di cocco, l'83% in quello di palma e l'80% in quello di palmisti; mentre il burro ne contiene solo il 65%, oltre ad offrire un buon contenuto di calcio e vitamine.
A questo punto la domanda sorge spontanea: a cosa servono gli oli tropicali? E quando dobbiamo utilizzarli? Come spiega la Dott.ssa D'Urso: "Essi garantiscono resistenza, friabilità e palatabilità alle elevate temperature della frittura, anche dopo una settimana di utilizzo intensivo e, cosa fondamentale, sono molto economici. Queste le prerogative che oggi rendono gli oli tropicali "ottimi", dal punto di vista commerciale, per la produzione di prodotti da forno, patatine fritte confezionate e per la realizzazione di miscele di oli vegetali e grassi animali variamente trattati, che rendono i prodotti più friabili e gustosi. Essendo questi oli di innegabile origine vegetale, essi vengono indicati in etichetta come oli vegetali, "tranquillizzando" così il consumatore. Una corretta educazione alimentare renderebbe il consumatore consapevole del loro elevato contenuto in grassi saturi, evitando quindi di preferirli al latte intero, al burro, alle uova e ai nostri tradizionali formaggi".
Tutt'altro che marginale è infine l'impatto ambientale: il danno provocato alle foreste tropicali per via della coltivazione intensiva ha conseguenze devastanti sia dal punto di vista dell'ecosistema che per le popolazioni locali, esposte all'azione tossica dei pesticidi. Da ora in poi, quindi, occhio agli oli tropicali.
Redazione Web Prezzinvista - Redattore AM
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